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21 gennaio 2005
Sete d'affari
di Alfonso De Vito
Giorni decisivi per la privatizzazione dei
servizi idrici deliberata dall’ATO 2 (Ambito territoriale ottimale) nell’area
Napoli-Volturno, 136 comuni e oltre due milioni di utenti. Il bando dell’Ato (da
pubblicare entro il 7 febbraio) prevede infatti una società mista col 40% delle
quote ai privati, ma con una progressiva dismissione della partecipazione
pubblica nei due anni successivi.
Un affare per miliardi di euro, come quello appena realizzato dal Consorzio Gori
nella gestione dei servizi idrici decisa dall’ATO 3 sarnese vesuviano: un
milione e mezzo di utenti e investimenti già stanziati per oltre 750 milioni di
euro. La Campania infatti è ai primi posti, con la Sicilia, nei finanziamenti
pubblici per le carenze del servizio idrico. Una regione ricca di fonti, ma
penalizzata dalla devastazione ambientale e dall’incredibile livello di sprechi:
circa il 48% dell’acqua viene persa, principalmente per carenze strutturali.
Quello dei beni ambientali è quindi il grande business del decennio: ma chi sono
i gruppi pronti a “tuffarsi” nell’oro blu? Lo schema, già eseguito alla
perfezione nel caso di Ato 3, sembra proporre una ripartizione tra le grandi
multinazionali del settore e potenti gruppi imprenditoriali del territorio. Il
consorzio Gori vede infatti, insieme alla quota pubblica detenuta dall’Ato
stesso, la compartecipazione di Enel-Hydro (controllata dal colosso francese
Vivendi), della ex municipalizzata romana Acea, che multinazionale lo sta
diventando con l’acquisizione di appalti in Perù, Nicaragua e in Armenia, e la
Icar, che in partecipazione con DM e il consorzio Feronia rappresenta la quota
controllata da Marilù Mennella, consorte rampante dell’ex presidente di
Confindustria Antonio D’Amato.
Una ripartizione che, seguendo i boatos delle ultime ore, si riproporrà per Ato
2: stavolta un ruolo chiave potrebbe spettare alla Suez-Lyonnaise des eaux,
altra multinazionale che con la Vivendi si spartisce già gran parte del mercato
mondiale dell’acqua. Ma si parla anche della spagnola Aqbar. Per la quota locale
si registra in queste ore il rilancio del sindaco Iervolino per una
partecipazione dell’Arin (attualmente l’Arin è l’azienda a totale proprietà
pubblica che gestisce i servizi idrici del comune di Napoli, ndr). Con un ruolo
forte dell’ex municipalizzata il sindaco ritiene di poter venire incontro alle
preoccupazioni espresse dalla società civile. Rischia però di essere un cavallo
di troia. Se infatti non cambiano le condizioni del bando nessuno può garantire
che il consiglio di amministrazione della società non proceda poi a completare
la privatizzazione. E’ comunque l’ennesimo tentativo di lanciare l’Arin nel
grande mercato dei servizi ambientali dopo la proposta di fusione con
Napoletanagas in società mista con Gaetano Caltagirone. Un’operazione per ora
bocciata dal Tar, per il rischio evidente di creare un monopolio semiprivato in
servizi fondamentali. Proprio Caltagirone è un altro degli imprenditori in prima
fila nei nuovi affari ambientali: tramite Eniacqua, cui partecipa con la
“Vianini lavori”, ha avuto i lavori di ristrutturazione e la gestione del “Sico”,
l’enorme acquedotto che dalla foce del Gari serve la Campania occidentale,
mentre insieme ad Acea mira alla conquista dell’Acquedotto Pugliese. Eniacqua è
un altro nome papabile per lo stesso bando di Ato 2: in Campania è ormai un
gigante del settore, visto che una recentissima delibera della regione ( 30
dicembre /04) gli ha assegnato anche la gestione dell’Acquedotto Campano,
realizzato coi soldi della vecchia Cassa del Mezzogiorno. La sua
ristrutturazione è oggi inserita nel programma berlusconiano delle grandi opere.
La delibera del 30 dicembre in realtà conferma un diritto di gestione già
sancito negli anni ‘80 dai governi democristiani, quando però Eniacqua era una
società completamente pubblica… In particolare, oltre la Vianini di Caltagirone,
nel pacchetto azionario di Eniacqua c’è una quota molto consistente della
Impregilo di Cesare Romiti (famigerata per le questioni dell’immondizia ad
Acerra).
Lo scenario campano comunque non è certo isolato. Quella per il controllo
privato dell’acqua è una vera e propria guerra internazionale, scatenata da
Banca Mondiale e Fmi circa dieci anni fa. Un tentativo di mercificare il
componente primario della vita, che ha già prodotto disastri. Nel sud del mondo
le tariffe sono aumentate anche dieci volte, lasciando migliaia di persone a
“secco” e inducendo autentiche rivolte come in Bolivia nel 2000. E’ crollata
invece la qualità dei controlli sanitari (con ovvi benefici per la vendita di
acqua minerale…). Anche in occidente gli aumenti superano talvolta il 200% e del
resto le multinazionali non hanno interesse a ottimizzare l’estrazione
dell’acqua, perché la scarsità ne aumenta il valore. Esemplare il caso di
Arezzo, in cui il privato ha rifiutato di fare i lavori di manutenzione alla
rete, perché erano troppo bassi i margini di profitto. Un ulteriore elemento di
preoccupazione è la probabile invadenza degli interessi camorristici negli
affari e nella distribuzione dell’acqua. Un pericolo molto concreto in tutta la
Campania ed in particolare nel Casertano, stando alla denuncia del procuratore
antimafia Vigna. Il controllo dell’acqua infatti può essere non solo
un’importante fonte di profitto ma anche uno straordinario strumento di ricatto
sociale e di pressione politica, come ha già dimostrato la mafia siciliana.
Altro capitolo sensibile riguarda la perdita secca di posti di lavoro: almeno
1500 sono le unità in meno previste dal piano industriale di Ato2, malgrado le
generiche rassicurazioni richieste ai partecipanti del bando. Un calcolo
sottostimato, perché aziende come l’Arin hanno anche una serie di controllate in
altri settori (vedi la netservice con 110 dipendenti edili) che rischiano di
andare a picco quando la capofila non gestirà più la distribuzione dell’acqua.
Anche per questo i movimenti e il comitato civico per la difesa dell’acqua
chiedono la riconvocazione di Ato 2 e la definizione di una gestione “in house”,
cioè totalmente pubblica. Ma i fautori della privatizzazione sono attivissimi.
Un buon esempio è l’avvocato Carlo Sarro di Forza Italia, sindaco di Piedimonte
Matese, considerato vicino a Ventre, presidente della provincia di Caserta.
L’avvocato, già membro del CDA di Ato 2, si è dimostrato particolarmente
premuroso nell’assemblea del 23 novembre in cui si ratificava la delibera che
lui stesso aveva partecipato a scrivere: si è presentato infatti con le deleghe
di ben quindici comuni fra cui S Cipriano e Casal di Principe! A volte la
geografia parla…
Alcune Note:
1) Gli Ato sono gli “ambiti territoriali ottimali” previsti dalla legge Galli
del ’94 per razionalizzare e dare poi in gestione i servizi idrici a società per
azioni. Gli ATO sono formati fondamentalmente dagli amministratori dei paesi
coinvolti (con rappresentatività proporzionale al numero di abitanti) e dai
rappresentanti della provincia. E’ chiaro quindi, per i fautori della gestione
pubblica dell’acqua, che esiste un problema di legislazione nazionale. La Galli
prevede infatti anche la gestione in “house”, cioè tramite una società a totale
capitale pubblico, che però è inevitabilmente vincolata alla logica privatistica
delle norme societarie. La soluzione in house è comunque in questo momento
decisamente il meno peggio, perché garantisce il controllo pubblico e la
possibilità di attenersi almeno al bilancio tra entrate e uscite senza cercare
di fare profitti.
La soluzione con società mista invece è quasi equivalente a quella totalmente
privata:
per consuetudine, infatti, al privato, seppur socio di minoranza, va il compito
di definire la gestione. Significativo il caso di Acea, il cui pacchetto di
maggioranza appartiene al comune di Roma: sta diventando una vera
multinazionale, per cui i cittadini armeni e quelli di Panama pagano bollette
alla municipalità di Roma! Lo scorso anno ha fatto decine di milioni (di euro)
di
utili, ma sono stati vincolati al finanziamento di privati che volessero
reinvestirli. Insomma il comune di Roma si comporta più come una finanziaria
privata che come un… comune.
2) La maggioranza dei comuni di Ato 2 (almeno quelli della provincia di Napoli)
sono amministrati dal centrosinistra e molti degli uomini chiave di questa
privatizzazione sono trasversali ai due schieramenti: basta pensare a Luca
Stamati (rappresentante ancora della vecchia giunta della provincia di Napoli)
che è addirittura del correntone ds, o al diessino Giuseppe Bruni che, alla
guida dei ds di Castellammare, ha spinto per la privatizzazione di Ato 3 e come
dirigente del CDA Ato 2 sta facendo la stessa operazione. Anche come dirigente
delle terme di Castellammare ne aveva del resto tentato la privatizzazione…
3) Sul piano mondiale il timone è nelle mani del Consiglio Mondiale dell’Acqua,
composto da tecnocrati e rappresentanti delle multinazionali e
significativamente presieduto da Camdessus (ex presidente del FMI e di
nazionalità francese come le due principali multinazionali del settore). Solo il
3% dell’acqua mondiale è potabile e di questa la gran parte va all’agricoltura
industriale. Ne resta una piccola percentuale da bere. Se pensiamo poi al
rischio di scioglimento dei ghiacciai per effetto serra si capisce come stia
diventando un bene molto scarso. Il cui valore complessivo è stimato dal FMI in
centinaia di miliardi di dollari (quasi quanto quello delle riserve
petrolifere). Una parte dei conflitti attuali (vedi l’oppressione israeliana
della Palestina) si spiega anche col controllo dell’acqua e sempre di più ne
saranno coinvolte le guerre future. I due paesi attualmente principali
consumatori dell’acqua sono gli USA e la Cina… (malgrado questo le prime otto
multinazionali del settore sono europee). Un momento decisivo sarà il prossimo
incontro del WTO a Hong Kong (se non ricordo male…), in cui l’acqua rischia di
essere messa nel novero dei beni commerciali…
Guardiamo ora qualcuna delle imprese che si stanno lanciando in quest’enorme
affare (di Acea ho già accennato ma bisognerebbe approfondire):
1) ICAR DELLE MIE BRAME
Lavoratori in rivolta e appalti miliardari, scatole cinesi e palazzinari di
ritorno. Le vicende della Icar spa, storico colosso dell’edilizia napoletana,
sembrano fatte su misura per raccontare rischi e pericoli dei nuovi comitati
d’affari che si muovono intorno alla privatizzazione dell’acqua. Creata da
Eugenio Cabib, ex presidente degli imprenditori napoletani e già protagonista
del sacco laurino, la Icar nasce e cresce in funzione degli affari della
ricostruzione nel post terremoto. Negli anni ’80 è saldamente vicina
all’influenza dell’astro nascente Paolo Cirino Pomicino e si trova coinvolta in
tutti gli affari più discussi, dalla canalizzazione dei regi lagni
(finanziamento pubblico che da poche decine cresceva fino a centinaia di
miliardi di vecchie lire) ai lavori del Cis e dell’interporto di Nola (finiti
sotto inchiesta per il ruolo del boss Carmine Alfieri e i subappalti ad imprese
a lui vicine). Dopo tangentopoli, senza quello che eufemisticamente potremmo
definire il “mercato protetto” della ricostruzione, la Icar va in crisi e nel
2001 viene rilevata dalla DM (Development Multiservice spa) di Marilù Faraone
Mennella, moglie del presidente di Confindustria D’Amato. Non direttamente però:
il pacchetto di maggioranza di Icar appartiene a una società anonima con sede in
Lussemburgo, la Helios, tramite due finanziarie che vi fanno parte, Sofin e
Finrigel.
Un passaggio di proprietà che non esclude del tutto Cabib, che resta socio di
minoranza al 20%. La domanda sorge spontanea: perché Mennella acquista una
società tanto chiacchierata e indebitata? Per tuffarsi nel grande affare dei
servizi ambientali! Icar spa ha infatti un fatturato adeguato (a differenza di
DM) e prevede questo tipo di interventi nella sua ragione sociale. Ma c’è
qualche problema: le difficoltà economiche di Icar potrebbero compromettere
tutto. Due in particolare le situazioni più spinose: gli appalti per i lavori al
tribunale di Torre Annunziata (14 miliardi di finanziamento) e quelli col comune
di Napoli per il collettore fognario di Chiaiano. Situazioni in stallo con
lavori bloccati per anni, lavoratori che denunciano mancati pagamenti e rischio
di procedure fallimentari. Un incubo per la Mennella: anche solo una
“rescissione per colpa” rischierebbe di far decadere i preziosissimi appalti per
l’acqua, come quello di Ato 3, ma anche quello per i 5 depuratori campani del
progetto Ps3, per i quali è ancora attivo un contenzioso giudiziario con
Termomeccanica di La Spezia. Sulle questioni fallimentari però il tribunale di
Napoli procede con straordinaria lentezza e con grande celerità invece Mennella
ottiene la concessione della cassa integrazione straordinaria per 35 lavoratori.
Secondo la denuncia di Ciro Crescentini della Fillea, “per i lavori di Chiaiano
Icar sta per avere un’incredibile rescissione in bonis (consensuale, ndr) col
placet del comune di Napoli e addirittura una buonuscita di 200.000 euro, mentre
intende mettere i lavoratori in cassa integrazione malgrado i miliardari
appalti”. A Torre Annunziata Icar si affida infatti a soli dieci dipendenti,
facendo invece uso e abuso del “nolo a freddo”: l’affitto di macchine e
lavoratori da altre imprese. Un meccanismo più volte deprecato dalla commissione
antimafia perché permette di concedere di fatto subappalti saltando le gare e i
relativi controlli.
Intanto Mennella prepara la cessione di ramo d’azienda per scorporare da Icar
Spa una Icar srl, cui viene affidato il ramo idrico e quello edilizio sotto il
controllo di una DM srl. Un gioco di scatole cinesi per avere un contenitore che
possa salvare gli appalti miliardari dell’acqua se le cose dovessero
precipitare. Insomma intermediazione di manodopera, cessione di ramo d’azienda,
una nuova legge sui fallimenti: le battaglie confindustriali di D’Amato sposano
singolarmente gli interessi imprenditoriali della consorte. Che Berlusconi abbia
fatto scuola!?
Ps:
i protettori di Icar non sono poi tanto mutati. Se è conosciuta infatti la
predilezione di Antonio D’Amato per il centrodestra, suo padre è stato però un
grande finanziatore della rivista Itinerario, il collettore di tangenti e
alleanze animato da Cirino Pomicino. Del resto Pomicino, di scuola Andreottiana,
è un maestro della consociazione e del trasversalismo. Col suo braccio destro
degli anni ruggenti, l’ingegnere idraulico e faccendiere Vincenzo Maria Greco,
continua a interessarsi del mattone ma rivolge la sua attenzione al nuovo
mercato dei servizi ambientali: non per niente hanno piazzato un loro uomo a
presiedere l’Arpac (L’agenzia regionale per l’ambiente della campania).
Chi vuole invece interessarsi ai giochi di ruolo si faccia una camminata a
piazza de Martiri n° 30. Vi troverà un importante studio di commercialisti
guidato da Silvio De Simone, consulente fra l’altro di Ato2. Per lui lavora, tra
gli altri, anche un giovane commercialista, Massimo Scognamiglio, che risulta
essere nientemeno che l’amministratore delegato di Icar… Non è difficile capire
come questo studio sia uno dei luoghi di progettazione degli affari dell’acqua
2) Eniacqua: si tratta di un azienda che prima era totalmente pubblica (dell’ENI
appunto), ma che ora vede diverse partecipazioni importanti e cospicue nel
pacchetto azionario, come la Impregilo (controllata da Cesare Romiti e già
attiva nella gestione della questione rifiuti ad Acerra), la Vianini di
Caltagirone (che possiede anche vari gruppi editoriali come il Mattino e il
Messaggero e spiega come mai gli affari dell’acqua finiscano spesso sotto
silenzio), la Snam, la Snam progetti, la Grassetti (impresa torinese un tempo
vicina al psi e coinvolta in molti affari “discussi”), la nuovo Pignone di
Firenze ecc. Questa visura camerale è però di un paio di anni fa e andrebbe
rifatta almeno per le partecipazioni minori.
Da notare come Eniacqua sia un’azienda a “ciclo completo” nel settore acqua e
rifiuti: si occupa infatti di depurazione, smaltimento, servizi idrici e
energia. E’ inoltre un’impresa che ha una capacità d’influenza del tutto
trasversale, se pensiamo ai buoni uffici di Caltagirone con Bassolino (basta
pensare agli affari di Bagnoli o alle delibere di affidamento degli acquedotti –
a proposito: l’acquedotto è in genere la struttura che prende l’acqua dalla
fonte, l’Ato si occupa della distribuzione territoriale), oppure alle relazioni
bipartisan di Romiti (finanziatore ad esempio dell’associazione Italiani-Europei
di D’Alema).
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